Novara non dimentica

Oggi, mercoledì 3 ottobre, in occasione della Giornata Nazionale in Memoria delle Vittime
dell’Immigrazione, siamo orgogliosi di aver depositato 365 firme in municipio per chiedere al Consiglio Comunale della Città di Novara, di intitolare uno spazio pubblico della nostra città alla memoria delle Vittime dell’Immigrazione, affinché questa importante scelta possa rappresentare per tutta la nostra comunità l’impegno a non dimenticare, per far memoria di ciò che è stato e l’impegno per alimentare un orizzonte di solidarietà e accoglienza.
E’ il nostro piccolo contributo perché non ci si rassegni alla disumanizzazione che vede nell’altro sempre un nemico da cui difendersi.

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RACCONTARE LA STORIA CON LE STORIE. Da Lampedusa a Novara con Pietro Bartolo e Lidia Tilotta

Quello che sta accadendo a Lampedusa e che accade ormai da 25 anni, è come un incidente stradale  che continua a ripetersi. La Storia in quest’isola non si è mai fermata. Pietro Bartolo invece è rimasto lì, sul molo Favarolo, “nella Storia tra le storie”.

Lo abbiamo ascoltato mercoledì sera, insieme alla giornalista Lidia Tilotta durante la presentazione del libro “Lacrime di sale”. Pietro è un ginecologo, dovrebbe curarsi della vita, delle nascite e delle madri, invece è il medico che probabilmente conta il più alto numero di ispezioni e riconoscimenti cadaverici al mondo, almeno in una zona non di guerra. Da 25 anni coordina il poliambulatorio di Lampedusa. Da 25 anni accoglie i migranti, li cura e soprattutto li “ascolta”.

Le cose si sanno e si fa finta di non saperle. Ecco perché adesso sto parlando a voi, perché ogni singola voce può servire a sensibilizzare. Noi siamo singole gocce, ma tante gocce possono fare un oceano.”

Pietro avvia la serata così, senza mediazione alcuna, inforcando gli occhiali da vista che tiene  sollevati sulla fronte. Ascoltiamo in silenzio. Pietro ci mostra immagini disperate e struggenti. Uomini, donne, bambini scappati dalla guerra e dalla fame, sopravvissuti non si sa come ad un viaggio terribile nel deserto, fra violenze e sopraffazioni inimmaginabili. Corpi straziati che si raccontano come diari a cielo aperto. I carceri della Libia, i morti, le botte, gli stupri, le torture.

Non abbiamo bisogno di aiuto a Lampedusa. Ognuno può fare qualcosa nella propria città, ognuno ha una responsabilità anche qui. Scrivetene, andate in giro a raccontare cosa avete visto e sentito perché c’è ne bisogno. In Continente non hanno le idee chiare su cosa stia accadendo davvero, ma non intendo cosa accade a Lampedusa, quest’ isola è soltanto un punto di passaggio, la tappa di una odissea, mi riferisco piuttosto a cosa accade a sti poveri cristi che arrivano qui, le atrocità che sono costretti a subire , la mortificazione della loro stessa esistenza , lo svilimento  dei sogni e delle speranze”.

Lui, il medico che “ne ha visti tanti di morti” ci dice di non essersi mai abituato: “ogni incontro mi ha trasformato. Sono un privilegiato perché da loro ho imparato tanto“. Ecco allora spuntare la storia di “Favour dagli occhi grandi”, “Omar che non si ferma mai”, “Anuar e la sua saggezza”.  Pietro da un nome a ciascuno, una parola, una propria singolarità. Ad ognuno uno spazio, una memoria nella grande catena della Storia. Ed è questo a colpire di Pietro. Il suo istinto nudo, la sua irredimibile umanità, l’inerme senso di fratellanza.

Vogliamo raccontare la Storia con le storie” conclude Lidia.  “Sono centinaia di migliaia le persone transitate dall’ isola di Lampedusa. Ma se oggi manca ancora un tassello nel mosaico di questo presente, è proprio la storia di chi migra” continua la giornalista. Perché è così. Le nostre parole non riusciranno mai a cogliere appieno le loro verità. Potranno raccontare di mani che curano e di mani che innalzano fili spinati, ma la Storia della migrazione saranno loro stessi a raccontarla, coloro che sono partiti pagando un prezzo inimmaginabile. Saranno loro a usare parole esatte per raccontare.  Saranno loro a spiegarci cosa è diventata l’Europa e a mostrarci, come uno specchio, chi siamo diventati noi.

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“Non potremo dire che non sapevamo” – Lacrime di sale a Novara con Pietro Bartolo

«Quello che sta accadendo nel Mediterraneo in questi anni è peggiore di quanto accaduto 70 anni fa con l’Olocausto. Allora, quando si scoprirono i campi di concentramento, in molti dissero: “ma noi non sapevamo”. Quando tra dieci anni i nostri figli o nipoti ci chiederanno “ma voi dov’eravate. Perché avete permesso che accadesse”, noi non potremo dire lo stesso. Perché sappiamo tutto». Siamo a metà della serata, organizzata da Benvenuti in Italia in collaborazione con il Circolo dei Lettori, in occasione della giornata mondiale del rifugiato, quando Pietro Bartolo, medico di Lampedusa, che da trent’anni accoglie chi arriva sull’isola in fuga dalla propria terra, pronuncia queste parole. E nessuno pensa che stia esagerando, perché è da circa un’ora che Pietro racconta, mostra immagini e video di ciò che da trent’anni accade al largo e sulle coste dell’isola. “Nella prima pagina c’è tutto. Nel grido “Patri, Patri” di Pietro piccolo, che rischia di annegare, indifeso, impaurito; nella risposta del padre che si accorge di lui e corre a salvarlo” sottolinea Domenico Rossi, coordinatore novarese di Benvenuti in Italia. “La solidarietà di Pietro – prosegue Rossi – affonda le radici in un’esperienza di sofferenza, di bisogno di aiuto che ha trovato una risposta positiva. Un’esperienza che ha segnato la sua vita e l’ha indirizzata. Un’esperienza personale che ci racconta che  solo se riconosciamo nella sofferenza e nella debolezza dell’altro, la nostra fragilità, che abbiamo vissuto, che viviamo o che vivremo, allora potremo vedere nell’altro un fratello, qualcuno da sostenere. E ancora che siamo tutti stati figli bisognosi della protezione di un padre. E siamo tutti padri che possono decidere di rispondere a quel grido. Nessuno si senta escluso”.

Un racconto che parla al cuore e alle coscienze e lascia la sala attonita e silente per più di due ore, di fronte al racconto di uno dei punti di disumanizzazione più alta che la storia abbia mai raggiunto. Immagini di corpi straziati, di cadaveri, di sommozzatori che recuperano corpi dal mare, di persone che arrivano in fin di vita sul molo Favaloro, dove finalmente, dopo anni di viaggio all’inferno incontrano nuovamente uno sguardo amico, una coperta, dei medici… l’umanità, insomma. Pietro racconta le storie che ha incontrato in questi anni, quelle tragiche, ma anche quelle positive, di vite che sono riuscite a ripartire, non solo da medico, “ma da medico che si lascia implicare da ciò che fa ogni giorno” come ha sottolineato Giuseppe Passalacqua, di Benvenuti in Italia Novara. Una “contaminazione” e una presa in carico che rende tutto credibile, autorevole, perché le parole pacate, pronunciate a bassa voce, sono fondate su 30 anni di vita vera, di un uomo che non si lascia piegare dal male che è costretto a incontrare ogni giorno.

Il racconto di Pietro è accompagnato dalle letture di alcuni brani del libro “Lacrime di sale” scritto con la giornalista Lidia Tilotta, anche lei presente alla serata. Storie intense, profonde, che costringono chi le ascolta a uscire dagli stereotipi che spesso accompagnano l’analisi del fenomeno migratorio, e che ci conducono all’umanità profonda, per lo più violata, dei protagonisti. “Raccontiamo storie per raccontare la storia” dice Lidia, restituendo il senso del libro e della sua condivisione in incontri e presentazioni.

“Una serata importante che corre il rischio di paralizzare – commenta Domenico Rossi – perché ci mette di fronte a fenomeni incommensurabili di fronte ai quali ci sentiamo impotenti. Per questo, al termine dell’incontro, ho voluto rilanciare ai presenti l’invito a candidarsi per diventare tutori dei minori stranieri non accompagnati, in accordo con la Garante per l’Infanzia della Regione Piemonte. Ci sono tanti bambini e ragazzi soli che hanno bisogno del nostro supporto. E questo è alla portata di tutti coloro che oggi si chiedono “ma noi che cosa possiamo fare?”.

Per informazioni sul bando per tutori legali per i minori stranieri non accompagnati occorre contattare il Garante per l’infanzia della Regione Piemonte: http://www.cr.piemonte.it/web/assemblea/organi-istituzionali/garante-dell-infanzia-e-dell-adolescenza

 

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OLTRE IL NERO. DALL’ACCOGLIENZA ALL’INCLUSIONE

 

Grande partecipazione alla serata organizzata dal circolo novarese di Benvenuti in Italia. Relatrici  e relatori d’eccezione e  soprattutto, un approfondimento di grande spessore e cultura. Una serata di quelle che servono per abbandonare paure e pregiudizi e guardare con coscienza critica al fenomeno delle migrazioni perché: «le migrazioni ci sono. Sono sempre di più e saranno ancora di più in futuro. Non è più un problema di se, ma di quanto e come» come ha precisato Giuseppe Passalacqua nell’ introdurre la serata.

Una serata importante perché oggi più che mai “è necessario rimettere al centro la persona e costruire un nuovo racconto sull’immigrazione. Si tratta di dare visibilità a quelle che sono le buone pratiche all’interno della nostra comunità” afferma Don Giorgio Borroni presidente della Caritas diocesana di Novara.

Nella prima parte dell’incontro si è dato spazio alla testimonianza e all’ascolto. Veronique e Abdoullhaie  (a Novara da pochi mesi) ci hanno raccontato i desideri, le speranze e le paure di chi vive con sofferenza, ma anche grande coraggio, l’arrivo in un paese straniero.

Storie coraggiose come quella di Mouna Zaghrouk referente di Agorà sociale. “Sono un’immigrata di seconda generazione. Anche io ho dovuto sopportare i sacrifici e la burocrazia di chi nasce senza cittadinanza. Oggi cerchiamo di aiutare chi non ha questi diritti.”

Gli interventi delle associazioni hanno raccontato le esperienze d’inclusione più significative sul territorio, molto spesso ignorate, eppure propedeutiche ad una discussione seria sul tema. Progetti come “Amal” che nasce dalla collaborazione tra INTEGRA (cooperativa che si occupa di accoglienza e integrazione dei migranti a Sant’Agabio) e FILOS, storico ente di formazione attivo a Novara.

Abbiamo fatto squadra definendo una vera e propria rete di sostegno ai giovani rifugiati che si stanno integrando nel tessuto sociale e produttivo della nostra città. Abbiamo erogato corsi di cucina, di agricoltura biologica, di termoidraulica e meccanica, perché crediamo che il lavoro sia il vero strumento di inclusione sociale ”  ha detto Luca Bergamasco educatore sociale e formatore presso la scuola Filos.

Anche lo sport può giocare un ruolo fondamentale nell’ integrazione” dice Claudio Fontaneto, responsabile del Centro Sportivo Italiano a Novara.  “Grazie al calcio abbiamo creato esperienze di socializzazione, conoscenza e solidarietà  tra musulmani e cattolici. A Novara sono nate così due squadre, la società Riviera d’Africa (con base a Legro, sul Lago d’Orta) e la società Csi Rizzottaglia (con base a Novara), che hanno parteciperanno al campionato di calcio di quest’anno.”

Altro elemento di grande interesse sono i “corridoi umanitari” raccontati attraverso l’esperienza della Comunità di S. Egidio. “Grazie ad un protocollo d’intesa firmato con i ministeri dell’Estero e dell’Interno stiamo collaborando e organizzando una rete rivolta nello specifico ai richiedenti asilo veri, incontrati e selezionati direttamente nei campi profughi. Insomma, non si tratta più di aspettare i rifugiati, ma di andare a prenderli.” dice Cristina Ticozzi referente della comunità di Novara.

Poi ci sono i dati, semplici e incontrovertibili, che smontano miti e fake news sull’accoglienza. Un esempio è quello relativo allo SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati).

Al momento il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati in Piemonte in totale ha preso in carico 1.363 migranti.  L’ aumento di profughi con il sistema dello SPRAR è una falsità, perché non aumenta i posti, ma li distribuisce su base proporzionale. Parteciparvi è una pura scelta politica e in Piemonte questa scelta l’hanno presa solo 15 Comuni, nessuno dei quali in provincia di Novara” dice Monica Cerutti, assessore regionale alle politiche integrative, all’immigrazione e ai diritti civili in  Piemonte.

 

A Novara i profughi richiedenti asilo nel 2016 erano 50, ma si è concertato con lo SPRAR la riduzione a 12 (avrebbero potuto essere  35 come in altri Comuni). 12 capite! Ecco l’invasione. Inoltre, questi 12 inoltre erano già presenti a Novara e quindi non hanno aggiunto numeri, li  hanno semplicemente spostati da un programma di accoglienza ad un altro”, conclude Davide Tuniz di Liberazione e Speranza.

La sfida è soprattutto culturale. “È tornato l’uomo nero su cui scaricare tutte le nostre paure, ansie, insicurezze e incapacità. I migranti (di qualsiasi natura) stanno diventando il capro espiatorio di questo particolare momento storico. La prima cosa è cercare di comprendere. Studiare, conoscere. Non abituarsi a tutto questo e reagire casa per casa, scuola per scuola, bus per bus, post per post.” dice Domenico Rossi, consigliere in regione Piemonte.

Rimangono ancora molte criticità. Dobbiamo evitare “cortocircuiti” e “paradossi” tra ciò che succede a monte e a valle nella gestione dei flussi migratori. Un esempio è l’aumento spropositato dei centri di accoglienza straordinari. “Bisogna decidere con ragionevolezza, con attenzione ai dati, e dei più fragili e maltratti ( resettando di tanto in tanto le proprie valutazioni sulla base dell’esperienza fatta) quanta immigrazione è non solo conveniente, ma sopportabile, senza che i costi superino i vantaggi, e i rischi di implosione non divengano troppo alti” conclude Passalacqua.

Il lavoro da fare sarà lungo e faticoso. Si tratta di intrecciare idee e proposte che, assieme a quelle di altri Enti, Associazioni e privati cittadini possano in qualche modo incoraggiare lo sviluppo di un pensiero costruttivo, che rappresenti un’alternativa alle numerose forme di chiusura prodotte da un’intolleranza sempre più marcata nei riguardi dell’alterità. Lavorare insieme perché questo proposito comune diventi realtà.

Una direzione rivoluzionaria e complessa, ma che è l’ unica che può permetterci di non essere ipocriti quando ci scandalizziamo per le tragedie e quando diciamo di voler rispettare le vite e la dignità dei migranti.  A noi la scelta.

 

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La giustizia non è un sogno

Procede il cammino della scuola di politica “Imparare Democrazia” sul tema della sicurezza e della giustizia. Nella prossima serata percorreremo la storia recente d’Italia attraverso lo sguardo e le inchieste condotte negli anni dal procuratore Raffaele Guariniello: dal caso ThyssenKrupp al doping nel calcio, alle morti causate dall’amianto. Momenti dolorosi che però assumono un segno di speranza nel libro scritto da Guariniello a conclusione della sua carriera, perchè quelle pagine lasciano trapelare la sua fiducia nella giustizia come diritto che i cittadini devono esigere, sempre.

Il libro “La giustizia non è un sogno“, sottotitolo “Perché ho creduto e credo nella dignità di tutti” sarà presentato lunedì 5 febbraio alle ore 18,00 presso l’Aula Magna della Facoltà di Medica dell’UPO in via Paolo Solaroli 7, a Novara.

L’incontro è organizzato in collaborazione con il Circolo dei Lettori di Novara.

«La giustizia non può essere un sogno. È un diritto, concreto, a portata di mano, che tutti possono e devono esigere. Ho cercato di farlo capire con il mio lavoro. Spero di aver seminato qualcosa di buono. E spero di essere ricordato come un magistrato che si è battuto per cause giuste»

Raffaele Guariniello

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Campagna #via3ottobre

Anche a Novara è arrivata la campagna #via3ottobre. E’ partita da alcuni cittadini torinesi e crediamo sia “cosa buona e giusta” portarla anche nella nostra città. Ecco la nostra lettera aperta! Contattaci se vuoi firmare anche tu!

NOVARA NON DIMENTICA

– Lettera aperta alla Cittadinanza –

Siamo i giovani di Novara. Siamo studenti, animatori sociali, lavoratori, migranti e volontari che da anni si impegnano per costruire una città a misura di ciascuno. Vogliamo prendere parte alla vita della nostra città, per essere cittadini consapevoli e responsabili del presente e del futuro della nostra comunità.

Il 16 marzo del 2016 il Parlamento italiano ha approvato la legge che istituisce la Giornata Nazionale in Memoria delle Vittime dell’Immigrazione, da celebrarsi il 3 ottobre, “al fine di conservare e di rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria”.

Condividiamo lo spirito di questa legge approvata dal nostro Parlamento, perché siamo convinti che la memoria di una collettività sia l’espressione dell’anima di un popolo, la sua identità. Costruire una memoria collettiva è un esercizio selettivo, di discernimento. Noi siamo la nostra memoria.

Il 3 Ottobre 2013, un “barcone” carico di migranti, in maggioranza eritrei, partito dalle coste libiche, affondò nel Mar Mediterraneo a meno di un miglio dall’Isola di Lampedusa. Quel giorno persero la vita in mare trecentosessantotto migranti, centocinquantacinque furono i sopravvissuti e di questi quarantuno bambini.

Purtroppo questo non è l’unico drammatico evento, ma uno tra i molti e terribili naufragi che si susseguono nel Mar Mediterraneo.

Lo scorso 9 maggio l’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha dichiarato il numero totale di persone che hanno perso la vita o che risultano disperse nel tentativo di attraversare il mare per raggiungere l’Italia dall’Africa settentrionale, raggiunge quota 1.300 dall’inizio dell’anno.

Per questo crediamo che il nostro tempo non sia quello “dell’emergenza immigrazione”, quanto piuttosto il periodo storico che verrà contraddistinto dall’immigrazione come fenomeno strutturale di questi primi venti anni del nostro secolo.

Queste motivazioni ci spingono a continuare nel nostro impegno quotidiano, rivolto all’accoglienza dei bambini, delle donne e degli uomini che sono riusciti a superare con mille difficoltà questo terribile viaggio, ma allo stesso tempo crediamo sia fondamentale farci carico della responsabilità di stimolare una presa di coscienza collettiva e di alimentare una cultura diffusa dell’inclusione sociale e della convivenza pacifica.

Per questo, a partire da questa giornata, vogliamo presentare una petizione, raccogliendo le firme dei cittadini novaresi, per chiedere al Consiglio Comunale della Città di Novara, di intitolare uno spazio pubblico della nostra città alla memoria delle Vittime dell’Immigrazione, affinché questa importante scelta possa rappresentare per tutta la nostra comunità cittadina l’impegno per non dimenticare, per far memoria di ciò che è stato e l’impegno per alimentare un orizzonte di solidarietà e accoglienza.

Firma anche tu!

Novara,  ottobre 2017

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Anche da noi si parla tanto di Europa

Erano presenti molti giovani alla scuola di politica “Which Europe?” promossa dal circolo novarese Benvenuti in Italia. Ospiti della serata Alessandro Pirisi, segretario generale dello IUSY (Internazionale Giovanile Socialista), Giulio Saputo (segretario dei Giovani Federalisti Europei) e Diego Montemagno, presidente di Acmos e sostenitore del progetto educativo Meridiano d’Europa. Tra i presenti anche i ragazzi del progetto Promemoria Auschwitz di Sermais, i Giovani Democratici, i Giovani Federalisti  Europei e tanti altri ragazzi e ragazze incuriositi dal titolo della serata: quale Europa?

Si parla tanto di Europa e male. Obiettivo di questa serata è approfondire una argomento che riteniamo fondamentale”, introduce Domenico Rossi, presidente del circolo novarese.

Oggi non possiamo fare a meno di parlare di Europa. “In un contesto economico e sociale in continuo mutamento, l’obiettivo è quello di essere capaci di costruire un soggetto politico continentale. Un soggetto in grado di stare nel mondo. La globalizzazione ha sancito la fine degli stati nazionali. Sempre di più i problemi che ci troviamo ad affrontare hanno cause e chiedono soluzioni che superano i confini nazionali. In questo contesto gli Stati Uniti d’Europa sono l’obiettivo minimo per la nostra generazione”. conclude Rossi.

Dobbiamo ritornare al sogno originario di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Dobbiamo ridare vigore e speranza a quel sogno che questo 2017 – tra difficoltà economiche, finanziarie, disoccupazione giovanile e diseguaglianze, flusso di migranti, forze populiste – sta mettendo a dura prova. Il 25 Marzo si celebreranno i sessant’anni dai trattati di Roma che vedrà riuniti nella capitale, gli attuali stati membri. Noi federalisti europei e tutta la società civile,  ci stiamo mobilitando per chiedere un cambio di rotta. Siete tutti invitati a partecipare”. Risponde Giulio Saputo.

Ma quali principi devono ispirare l’ Europa?

L’Europa che abbiamo in mente è una socialdemocrazia umana. Un continente che si propone come forza internazionalista e socialista. E per questo che noi socialisti europei siamo anche in America Latina, in Africa, nelle Filippine.  Crediamo che solo attraverso la solidarietà internazionale si potrà portare un po’ di luce nell’ombra delle promesse mendaci di nazionalisti ed estremisti religiosi” conclude Pirisi.

Ma l’Europa è anche luogo di contraddizioni insostenibili. Di scelte politiche che hanno effetti drammatici. Un esempio tra i tanti  è la crisi dei rifugiati.

L’Europa è un luogo che amiamo e che vogliamo migliorare. Per questo il Meridiano d’Europa ha scelto Calais e Bruxelles come mete del nostro  viaggio. Luoghi simbolo di quanto l’Unione Europa sia oggi più che mai lontana dal sogno dei suoi padri fondatori. Da un parte Calais città al confine nord della Francia e ormai ultima frontiera d’Europa per tanti migranti, dall’altra Bruxelles, la città in cui dialogare con le istituzioni europeeE’ importante che i ragazzi prendano coscienza di questo ed elaborare insieme una proposta” conclude Montemagno.

Durante gli interventi si legge una lettera dei ragazzi di Promemoria Auschwitz. Una lettera che ha riassunto il senso dell’incontro. “Sono passati settant’anni, e ogni volta che camminiamo ad Auschwitz ci chiediamo come sia stato possibile che l’umanità abbia fatto questo a se stessa.  Perché di questo si tratta: Auschwitz è stato fatto da uomini per altri uomini. E tutto è avvenuto in Europa! Perché questo non si ripeta, crediamo che l’ Europa debba essere salvaguardata. Che questa sia una battaglia senza soluzioni prestabilite, ma che vale la pena essere combattuta. Noi ci stiamo provando con due viaggi: Promemoria Auschwitz e il Meridiano d’Europa. Due facce della stessa medaglia. E’ la nostra risposta educativa alla rassegnazione”.

Giuseppe Passalacqua

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Caporalato: la schiavitù nelle nostre campagne

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Ci sono luoghi e realtà economiche in cui la schiavitù esiste ancora. Ne abbiamo parlato lunedì 19 novembre al Circolo dei lettori di Novara presentando il volume “La quinta mafia” di Marco Omizzolo con l’Onorevole Davide Mattiello e il Consigliere regionale Domenico Rossi.
Un racconto vero e scrupoloso su come funziona il sistema dello sfruttamento del lavoro nel comparto agricolo in provincia di Latina: buste paga false, salari infimi, doping per riuscire a lavorare tutto il giorno sette giorni su sette, caporali 2.0 che reclutano i lavoratori attraverso gli sms e Whatsapp, colletti bianchi, avvocati e commercialisti, che favoriscono il prosperare di questa terra di mezzo.

«Chi vive queste situazioni, vive di fatto in un altro mondo. Una realtà in cui il datore di lavoro si fa chiamare padrone e la violazione dei diritti umani è all’ordine del giorno», ha sottolineato Omizzolo tratteggiando i contorni di un sistema che ha tutte le caratteristiche proprie della criminalità organizzata, oltre che protagonisti legati sia alla mafia siciliana che alla camorra.

Una sorta di modello ripetibile su ogni territorio come ha ricordato Domenico Rossi, componete della commissione regionale per la promozione della cultura della legalità e il contrasto dei fenomeni mafiosi, tornando con la memoria all’estate del 2014. «Nelle terre dei grandi vini piemontesi – ha spiegato Rossi salì alla ribalda della cronaca un sistema di sfruttamento del lavoro nel periodo della vendemmia. Manovalanza proveniente dall’Est Europa che viveva in situazioni estreme, lavorando senza sosta per una paga irrisoria. A pochi chilometri da qui una storia di padroni senza scrupoli e caporali pronti a tutto, spesso anche’essi stranieri, impegnati in un’assurda storia di guerra tra ultimi e penultimi».

C’è un problema, dunque, evidente e non può essere derubricato a una questione legata solo ad alcuni territori. Quello che oggi, però, appare chiaramente così non era solo qualche anno fa. «Affrontando questo tema ci siamo dovuti impegnare in un lavoro culturale: attrarre la lettura del fenomeno del caporalato nel perimetro della criminalità organizzata di stampo mafioso» ha spiegato Davide Mattiello, componente della Commissione antimafia. Un percorso fatto di audizioni, approfondimenti e verifiche sul territorio che ha portato alla revisione normativa vigente, estendendo la responsabilità dai soli caporali anche agli imprenditori disonesti; quelli onesti, invece, vengono valorizzati con la Rete del Lavoro agricolo di qualità. «La strada è ancora lunga ma è fondamentale non mollare la presa rivolgendosi anche al consumatore per far crescere ogni giorno la consapevolezza del prodotto che acquistiamo» ha concluso l’Onorevole Mattiello.

 

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Sicurezza a scuola: a Novara la testimonianza di Cinzia Caggiano, madre di Vito Scafidi

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«Vito ha permesso il cambiamento: dopo la sua morte e il processo che ne è seguito non si affronta più il tema della sicurezza nelle scuole nella stessa maniera in Italia». Così Cinzia Caggiano, mamma di Vito Scafidi che perse la vita al liceo Darwin di Rivoli il 22 Novembre del 2008, durante l’incontro della Scuola di Politica dedicato alla sicurezza organizzato dal circolo novarese della Fondazione Benvenuti In Italia.

Un confronto ricco e intenso con Francesca Rispoli, presidente di Bit, Cinzia Caggiano e Milù Allegra, consigliere delegato all’edilizia scolastica della Provincia di Novara, e il Consigliere Regionale Domenico Rossi che ha aperto l’incontro ringraziano Cinzia Caggiano «per aver saputo trasformare un dolore privato in un atto di impegno pubblico» e ricordando che «la sicurezza nelle scuole è un’urgenza per cui è importante impegnarsi ogni giorno. Certamente servono fondi per mettere in atto interventi strutturali e di manutenzione ordinaria e straordinaria, ma serve soprattutto alimentare una cultura e una sensibilità diffusa su questo tema cruciale per il futuro dei nostri ragazzi».

Una consapevolezza nuova che si sta diffondendo anche grazie al lavoro di Legambiente, Cittadinanzattiva, Libera e della Fondazione Benvenuti in Italia, che non ha mai abbandonato le famiglie delle vittime, a partire da quella di Vito. Bit, in particolare, ha svolto una importante funzione di advocacy su questo tema raggiungendo risultati importanti, come la campagna sull’8×1000 che ora viene destinato in parte alla manutenzione degli edifici scolastici, e l’apertura del Fondo Vito Scafidi che rappresenta un punto di riferimento per chi vuole affrontare il tema della sicurezza nelle scuole. Proprio Francesca Rispoli di BIT ha tracciato un quadro dell’emergenza: «Il 30% dei 42mila edifici scolastici italiani non è nato per ospitare aule e studenti, proprio come il Darwin di Rivoli, non solo, circa metà è stata edificata prima dell’entrata in vigore delle normative vigenti, risalenti agli anni ’70». Una fotografia preoccupante su cui, dopo anni di «colpevole accettazione da parte di tutti», come ha sottolineato Cinzia Caggiano, si è tornati al lavoro.

«Un emendamento alla legge sulla cosiddetta Buona Scuola ha istituito la Giornata nazionale per la sicurezza nelle scuole. La celebriamo ogni 22 novembre, proprio nell’anniversario della morte di Vito e non è solo una manifestazione esteriore» precisa Rispoli. «Oggi è in funzione una prima anagrafe dell’edilizia scolastica in Italia, istituita nel 1996 ma rimasta a lungo lettera morta, così come l’Osservatorio nazionale per l’edilizia scolastica del Miur». Ne fanno parte anche Legambiente, Cittadinanzattiva, che da anni realizzano report sulla sicurezza scolastica, e Benvenuti in Italia. «Il Governo ha, inoltre, istituito una cabina di regia fondamentale per connettere le diverse competenze ministeriali, mettere ordine nella normativa e nei fondi disponibili». Obiettivi raggiunti grazie alla mobilitazione dell’associazionismo e della cittadinanza organizzata. «È certamente importante la volontà politica – ha spiegato Domenico Rossima non basta: insegnanti, studenti, famiglie, cittadini devono chiedere con forza per sostenere scelte che vadano proprio in tale direzione: serve uno sforzo comune per mantenere la sicurezza nelle scuole una priorità per il Paese». Un processo che necessariamente, in un periodo di forti ristrettezze nei bilanci, impone delle scelte alle amministrazioni locali.

«È una sfida – ha dichiarato Milu Allegrache la Provincia di Novara ha raccolto cercando di ottimizzare ogni percorso e risorsa a disposizione. Da un lato lo stanziamento di 1,5 milioni di euro per la sicurezza, dall’altro riorganizzando il patrimonio seppure tra mille difficoltà». La Provincia ha potenziato il settore dell’edilizia scolastica «nominando un nuovo responsabile, l’ingegnere Alfredo Corazza, che ha avuto un primo preciso mandato: fotografare la situazione e interagire con i dirigenti scolastici per definire priorità di intervento, opportunità e sogni nel cassetto». L’intenzione è quella di investire al meglio le risorse a disposizione sulla base di tale screening: «Il primo passo sarà dotare tutte le scuole di una certificazione antincendio – ha spiegato Corazzaal momento solo due istituti superiori su venti in tutta la provincia ne sono dotati».

All’incontro erano presenti tanti insegnanti e rappresentanti del mondo della scuola. A loro si è rivolta in chiusura Cinzia Caggiano, ricordando che «la scuola è un bene comune; serve un’alleanza dei i soggetti che la vivono in nome della sicurezza di tutti». Dirigenti, responsabili per la sicurezza e insegnanti hanno un ruolo gravoso ma fondamentale, perché la sicurezza è un fatto serio e «dopo i crolli non si può tornare indietro». Ha ricordato, infine, che «i ragazzi sono le prime sentinelle: bisogna ascoltarli senza pregiudizi e sensibilizzarli sul tema».
Proprio per questo motivo tutti i relatori si sono detti disponibili a riportare questo ragionamento nelle scuole, davanti a studenti e insegnanti, i primi soggetti che possono e devono impegnarsi per evitare che altri studenti vengano feriti o perdano la vita nel luogo che dovrebbe essere il più sicuro.

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